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Su e Giù Tra le Case di Pietra (150 km)

Mototurismo

Cortemilia (CN)

Il nostro percorso nel cuore antico delle Langhe non poteva che partire da Cortemilia, capitale della Nocciola e antico quadrivio romano tra le due principali direttrici stradali. Cortemilia, divisa dalla Bormida (oggi fiume ritrovato) nei due storici borghi di San Pantaleo e San Michele vi attende all’ombra della bella Torre circolare, vestigia di un grande sistema castellato che la difendeva su ogni versante (restano tuttora le possenti fortificazioni, le più imponenti delle Langhe). Piccola metafora del dualismo stato-chiesa, anche qui troviamo di fronte ai simboli del potere imperiale (il Castello) quelli del potere temporale: il Convento di San Francesco; difatti proprio il Poverello di Assisi pare sia transitato da Cortemilia in uno dei suoi pellegrinaggi. Da non perdere le parrocchiali che danno nome ai due borghi e soprattutto la Pieve, gioiellino romanico extra-muros, sospesa in uno spazio senta tempo, sede di mostre e concerti. Appena sopra la Pieve, le terrazze in pietra (il vero link economico-culturale con la sempre più vicina Liguria) si susseguono come cerchi di un Purgatorio dantesco: in vetta non la luce dei Sette Cieli ma il Monte Oliveto, sede dell’Ecomuseo dei Terrazzamenti e archetipo di tutte le case di pietra che della Langa più alta rappresentano il costante codice descrittivo.Di pieve in convento, raggiungiamo Castino, paese fiorito, a cavallo tra valli Bormida e Belbo, un tempo ricchissimo centro medioevale (vi sorgevano ben tre Monasteri, in centro trovate quello benedettino). Da vedere anche la prima Tartufaia Turistica delle Langhe, proprio dietro i giardini del Castello

.La costa verso lo Scorrone scende ripida tra muri a secco, una fontana di echi pavesiani e il paesaggio che si apre sulle mille vigne del moscato e del dolcetto (che qui ha assunto la dignità di Dolcetto dei Terrazzamenti) che corrono da Cossano Belbo fino a Santo Stefano. A Cossano sono famosi per gli “in”: tajarin, furmentin, tomin, salamin… e bon vin! Da vedere la chiesetta di San Bovo e di fronte il Santuario della Madonna della Rovere (citato in Pavese e Fenoglio).

Santo Stefano Belbo non è più “quattro case e un gran fango, ma ci passa la strada provinciale”, come scriveva Cesare Pavese del suo paese natale, ma un prospero paese di fondovalle con un centro storico tranquillo, umido di ombra e insegne dimenticate ma ben restaurato, col Centro Studi Pavesiani e la Confraternita polifunzionale ad aspettarvi al fondo della via maestra…più in alto, la torre sbrecciata conferisce un tocco “scozzese” al profilo della collina. Cesare Pavese con “La luna e i falò” ha davvero regalato ai lettori di tutto il mondo uno dei più struggenti romanzi del secolo scorso e al suo paese natale un posto nella grande letteratura. Qui tutto ci parla di lui, dalla collina della Gaminella alla casa di Nuto (il falegname-musicista, confidente e amico dello scrittore), dal villino del Nido sospeso sopra Canelli (Porta del Mondo, che sa di vermouth e di arietta di Belbo) alla casa natale con Museo e osteria incorporati. Saliamo quindi sulla collina di Valdivilla, passando appena sotto la chiesetta di Moncucco (uno dei luoghi più panoramici della valle): qui il paesaggio è mozzafiato, i tornati della strada corrono tra le sottili isolinee dei filari a strapiombo: un’opera di alta ingengeria contadina, di muri a secco, di terrazze e “causagne” (le cappezzagne dei filari) strappate alla gravità, un capolavoro costruito non con la tecnologia ma con la secolare fatica quotidiana.

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